Io sono innocente, io spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi!

Pubblicato il 27 dicembre 2025 alle ore 11:10

Quando Enzo Tortora pronunciò queste parole davanti alle telecamere, nel 1983, l'Italia scoprì il volto umano dell'errore giudiziario. Un volto noto, amato, distrutto da un'accusa infamante poi rivelatasi infondata. Ma Tortora non fu il primo né l'ultimo. La storia giudiziaria italiana è costellata di casi che hanno segnato vite, famiglie, l'opinione pubblica e la fiducia nelle istituzioni.


La malagiustizia italiana ed il si obbligatorio al referendum sulla separazione delle carriere.

Gli errori che hanno segnato l'Italia

Il caso Tortora resta emblematico:

Nel 1983 il celebre conduttore televisivo Enzo Tortora, volto di programmi come Portobello, venne arrestato con accuse gravissime: associazione camorristica e traffico di droga, basate soprattutto sulle dichiarazioni di alcuni pentiti.

Nel 1985 fu condannato in primo grado a dieci anni di carcere. Tortora si proclamò sempre innocente e affrontò il processo anche come parlamentare europeo, rinunciando all’immunità.

Nel 1986, in appello, la sentenza venne completamente ribaltata: Tortora fu assolto con formula piena. La Cassazione, nel 1987, confermò definitivamente l’assoluzione.

La vicenda segnò profondamente la sua vita e l’opinione pubblica italiana, diventando un simbolo della malagiustizia. Tortora morì nel 1988, poco dopo la fine del suo calvario giudiziario.

 

Beniamino Zuncheddu, il pastore sardo: dopo il caso Tortora, è uno dei casi più eclatanti. Arrestato nel 1991 per strage e condannato all'ergastolo, ha ottenuto la revisione del processo solo nel 2023 grazie a una testimonianza mai considerata prima. Dopo 33 anni torna libero per non aver commesso il fatto. Una vita totalmente distrutta!

 

Tre pastori furono uccisi e un quarto rimase ferito. Proprio quest’ultimo, unico testimone, indicò Zuncheddu come responsabile. Sulla base di questa testimonianza, Zuncheddu venne condannato all’ergastolo nel 1991.

Per oltre 32 anni, Zuncheddu ha sempre proclamato la propria innocenza. Nel corso del tempo sono emerse gravi anomalie investigative, tra cui presunti depistaggi e contraddizioni nella testimonianza chiave.

Nel 2024, dopo un processo di revisione, la Corte d’Appello di Roma lo ha assolto con formula piena, riconoscendo che non aveva commesso il fatto.

La sua vicenda è oggi considerata un simbolo delle conseguenze devastanti di un errore giudiziario.

Il caso Giuseppe Gulotta è uno dei più emblematici errori giudiziari italiani. Gulotta, un giovane muratore di 18 anni, venne arrestato nel 1976 con l’accusa di aver partecipato all’omicidio di due carabinieri nella caserma di Alcamo Marina (Trapani).

La sua condanna si basò su una confessione estorta sotto tortura, come emerso molti anni dopo. Gulotta fu condannato all’ergastolo e trascorse 22 anni in carcere, mentre il suo calvario giudiziario durò 36 anni.

Solo nel 2012, grazie alla riapertura del caso e alla revisione del processo, venne assolto con formula piena, riconoscendo che non aveva commesso il fatto.

La vicenda è oggi considerata un simbolo della malagiustizia, delle torture nelle indagini e delle conseguenze devastanti di un errore giudiziario.

     Le responsabilità più gravi riguardano i metodi usati durante le indagini:

  • Torture e violenze per estorcere confessioni, come riconosciuto anni dopo da uno dei carabinieri coinvolti.

  • Costruzione di un impianto accusatorio fragile, basato su confessioni forzate e non su prove oggettive.

  • Depistaggi e omissioni, che hanno impedito per decenni la riapertura del caso.

     

    La magistratura ha avuto un ruolo decisivo nel consolidare l’errore:

    • Accettazione acritica delle confessioni estorte, nonostante fossero incoerenti e prive di riscontri.

    • Mancata vigilanza sulle modalità con cui erano state ottenute le dichiarazioni.

    • Resistenza a rivedere il caso, anche quando emersero elementi nuovi.

    • Un sistema che, come osserva Gulotta stesso, fatica ad ammettere i propri errori

    Il caso evidenzia anche responsabilità più ampie:

    • Assenza di controlli efficaci sulle forze dell’ordine e sulle pratiche investigative.

    • Mancanza di tutela delle vittime di errori giudiziari, come dimostra il fatto che Gulotta, dopo 22 anni di carcere, ha dovuto affrontare ulteriori battaglie per ottenere un risarcimento adeguato.

    • Una cultura istituzionale che tende a proteggere l’apparato più che a garantire giustizia ai cittadini.

Il risultato di queste responsabilità incrociate è stato devastante:

  • 22 anni di carcere da innocente.

  • 36 anni di processi prima dell’assoluzione definitiva.

  • Una vita segnata da un errore che nessuna istituzione ha mai realmente riparato, come sottolineato da più commentatori: “La vita di Gulotta non vale nulla. Firmato: lo Stato”

Il Sistema Siracusa è il nome dato a un vasto sistema di corruzione giudiziaria che, secondo le indagini della Procura di Messina, operava per pilotare procedimenti giudiziari, influenzare decisioni di magistrati e favorire interessi economici e politici.

Al centro del sistema c’erano alcuni avvocati, tra cui Piero Amara e Giuseppe Calafiore, e magistrati compiacenti. Le indagini hanno rivelato:

  • Fascicoli manipolati per favorire clienti o colpire avversari.

  • Corruzione di pubblici ufficiali, anche tramite viaggi e regali, come nel caso del pm Giancarlo Longo.

  • Una rete capace di condizionare procedimenti civili, penali e amministrativi, con ramificazioni anche fuori dalla Sicilia.

I processi hanno portato a condanne, assoluzioni e prescrizioni, con sentenze confermate in appello nel 2025.

Il caso ha scosso profondamente la magistratura italiana, perché ha mostrato come un gruppo ristretto potesse influenzare decisioni giudiziarie di grande rilievo.

 

Il caso Sorbara riguarda Marco Sorbara, ex consigliere regionale della Valle d’Aosta, accusato nel 2019 di concorso esterno in associazione mafiosa nell’ambito dell’inchiesta “Geenna”, che ipotizzava infiltrazioni della ’ndrangheta nel territorio valdostano.

Sorbara fu sottoposto a 909 giorni di custodia cautelare, di cui otto mesi in carcere e 45 giorni in isolamento, e venne inizialmente condannato in primo grado a 10 anni di reclusione.

Nel 2021 la Corte d’Appello lo assolse, ritenendo che il fatto non sussiste. Nel 2023, la Cassazione confermò definitivamente l’assoluzione, definendola “inattaccabile” e priva di vizi logici o travisamenti delle prove.

La vicenda è oggi considerata un esempio emblematico di malagiustizia, con pesanti conseguenze personali, politiche e mediatiche per Sorbara, che ha raccontato pubblicamente il suo “incubo lungo 909 giorni”

 

1. Fine della carriera istituzionale

  • Sorbara fu sospeso dai suoi incarichi e di fatto escluso dalla vita politica durante i 909 giorni di custodia cautelare, come riportato da più fonti.

  • La sua immagine pubblica venne compromessa da un’accusa gravissima (concorso esterno in associazione mafiosa), poi rivelatasi infondata.

2. Impatto sul sistema politico valdostano

  • Il caso contribuì a scuotere la politica locale, già fragile, alimentando un clima di sospetto sulle presunte infiltrazioni della ’ndrangheta in Valle d’Aosta.

  • La successiva assoluzione definitiva in Cassazione, definita “inattaccabile”, ha rimesso in discussione l’intero impianto accusatorio dell’inchiesta “Geenna”.

Il caso è diventato un esempio emblematico nel dibattito italiano sull’uso della custodia cautelare, spesso criticato per eccessi e abusi.

1. Un calvario personale

  • Sorbara ha trascorso 214 giorni in carcere, di cui 45 in isolamento, e oltre 900 giorni complessivi privato della libertà.

  • Ha raccontato pubblicamente che quell’esperienza gli ha “segnato la vita”.

2. Impatto psicologico e familiare

  • Le fonti parlano di una vera e propria “odissea giudiziaria” che ha distrutto la sua quotidianità, la sua reputazione e la serenità della sua famiglia.

3. Ricostruzione e perdono

  • Dopo l’assoluzione, Sorbara ha iniziato a partecipare a incontri pubblici sulla legalità, raccontando la sua storia e parlando di perdono come filosofia di vita.

  • Nonostante tutto, ha dichiarato di voler credere ancora nel sistema, pur avendone subito le distorsioni.

 

Il caso Garlasco riguarda l’omicidio di Chiara Poggi, trovata morta il 13 agosto 2007 nella sua villetta di Garlasco (Pavia). Dopo anni di indagini e processi, il fidanzato Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva nel 2015 a 16 anni per omicidio.

Nel 2025, però, il caso è stato riaperto, con nuove analisi scientifiche e un nuovo indagato, Andrea Sempio, riaccendendo dubbi sulla ricostruzione originaria e sulla correttezza delle indagini.

Le fonti evidenziano una lunga serie di criticità che hanno segnato il caso fin dall’inizio.

🧪 1. Gestione inadeguata della scena del crimine

  • La villetta non fu isolata correttamente: entrarono parenti, curiosi e giornalisti, contaminando potenzialmente le prove.

  • Tracce importanti potrebbero essere state compromesse nelle prime ore.

👣 2. Errori e omissioni sulle tracce fisiche

  • La famosa “impronta 33”, trovata sul pavimento, fu gestita in modo confuso e non adeguatamente valorizzata.

  • Alcune tracce biologiche furono analizzate tardi o in modo incompleto.

🧬 3. Analisi del DNA non definitive

  • Le nuove perizie del 2025 hanno mostrato che il DNA trovato sotto le unghie della vittima è parziale, misto e non consolidato, con criticità nella sua interpretazione.

  • Questo ha riaperto il dibattito sulla solidità delle prove genetiche usate nei processi.

🕒 4. Ritardi e carenze nelle prime indagini

  • Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, ci furono ritardi nelle analisi, mancate verifiche su alcuni alibi e indizi ignorati nella fase iniziale.

  • Alcuni elementi che oggi appaiono rilevanti non furono approfonditi nel 2007.

🔄 5. Riapertura del caso per nuovi elementi

  • Le nuove indagini del 2025 hanno portato alla luce nuove impronte, intercettazioni e testimonianze che non erano state considerate o erano state sottovalutate all’epoca.

  • Questo ha alimentato il sospetto che la ricostruzione originaria possa essere stata incompleta o viziata da errori.

Le indagini sulla morte di Liliana Resinovich, scomparsa il 14 dicembre 2021 e trovata morta il 5 gennaio 2022 a Trieste, sono state segnate da numerosi errori, omissioni e contraddizioni, come evidenziato da più fonti giornalistiche e da perizie successive.

1. Errori fin dal primo giorno

Secondo l’ex poliziotto Gianluca Spina, gli errori sono iniziati “fin dal primo giorno”, a partire dalla gestione della scomparsa e della scena del ritrovamento.

2. Ritardi e omissioni nella prima autopsia

La prima perizia medico-legale è stata definita imperfetta, piena di errori, sviste e omissioni dalla criminologa Marano, con conseguenze sulla ricostruzione iniziale della morte.

3. Contaminazione e cattiva gestione dei reperti

Il fratello di Liliana ha denunciato all’Ordine dei medici i consulenti della Procura, parlando di “troppi errori, omissioni, contaminazione dei reperti” che avrebbero compromesso l’accertamento della verità per oltre tre anni.

4. Errori nelle perizie successive

La relazione dell’équipe della prof.ssa Cristina Cattaneo ha evidenziato omissioni, insufficienze e approssimazioni nel sopralluogo, nell’autopsia e nella TAC iniziali, correggendo molti aspetti con “penna rossa”.

5. Caos investigativo e comunicativo

Alcune ricostruzioni sottolineano un clima di caos, dovuto anche al protagonismo di soggetti coinvolti, strategie legali e contraddizioni tra consulenze e testimonianze, che hanno reso il caso ancora più confuso.

 

Il caso Resinovich è oggi considerato un esempio emblematico di:

  • indagini iniziali carenti,

  • errori medico-legali,

  • reperti gestiti male,

  • contraddizioni tra perizie,

  • ritardi che hanno compromesso la chiarezza del quadro investigativo.

Nonostante anni di accertamenti, il caso rimane irrisolto e continua a generare dubbi e nuove indagini.

Il delitto di Cogne avviene il 30 gennaio 2002 nella villetta della famiglia Lorenzi, nella frazione di Montroz (Cogne, Valle d’Aosta). Il piccolo Samuele Lorenzi, 3 anni, viene trovato gravemente ferito e muore poco dopo in ospedale.

La madre, Annamaria Franzoni, viene accusata dell’omicidio e successivamente condannata. Secondo l’accusa, il sangue del bambino aveva intriso le ciabatte e il pigiama che la madre indossava al momento dei fatti.

A oltre vent’anni di distanza, il caso continua a far discutere.

Cosa non torna ancora oggi

🔹 1. Il movente

Il movente non è mai stato chiarito con certezza. Il Giornale ricorda che “la madre venne condannata per l’omicidio, anche se il movente non è mai stato chiarito”.

🔹 2. La dinamica dell’aggressione

Non è mai stata individuata con certezza l’arma del delitto, descritta come “ignota” anche nelle ricostruzioni ufficiali.

🔹 3. Le condizioni psicologiche della madre

Alcune ipotesi difensive parlarono di amnesia dissociativa o red out, cioè un blackout emotivo, per spiegare la mancanza di ricordi della Franzoni. Queste ipotesi sono state discusse ma mai definitivamente provate

🔹 4. La ricostruzione temporale

La sentenza stabilisce che l’omicidio avvenne mentre la madre era in casa in pigiama, non quando era uscita per accompagnare il figlio allo scuolabus. Tuttavia, alcuni osservatori ritengono che la ricostruzione temporale presenti ancora zone d’ombra.

🔹 5. L’assenza di tracce di un estraneo

Non furono trovate prove dell’ingresso di un estraneo nella villetta. Questo ha rafforzato l’accusa, ma per molti rimane un punto controverso perché la dinamica dell’aggressione appare particolarmente violenta e difficile da spiegare.

Il caso Cogne resta uno dei più discussi della cronaca italiana perché, pur con una condanna definitiva, permangono:

  • un movente mai chiarito,

  • una dinamica non completamente ricostruita,

  • un’arma mai trovata,

  • e ipotesi psicologiche mai dimostrate.

Se vuoi, posso anche riassumere le prove principali, le tappe dei processi, oppure confrontare il caso Cogne con altri grandi casi di cronaca italiana.

Olindo Romano e Rosa Bazzi, condannati per la strage di Erba, hanno sempre ritrattato le confessioni iniziali. Dubbi sulle prove scientifiche e testimonianze contraddittorie alimentano ancora oggi richieste di revisione del processo.

L’11 dicembre 2006, a Erba, vengono uccisi quattro vicini di casa dei coniugi Rosa Bazzi e Olindo Romano. I due vengono arrestati, confessano, poi ritrattano, ma vengono comunque condannati all’ergastolo in via definitiva.

Nel 2025, la Cassazione ha respinto la richiesta di revisione, affermando che le prove contro di loro restano “solide” e con “innumerevoli elementi di riscontro”

Cosa non quadra secondo i critici del processo

Pur con tre gradi di giudizio e una recente conferma della Cassazione, molti aspetti del caso continuano a generare dubbi nel dibattito pubblico. Ecco i principali punti controversi.

🔹 1. Le confessioni ritrattate

Le confessioni di Rosa e Olindo furono contraddittorie, piene di errori e successivamente ritirate. La Cassazione le considera comunque un tassello importante, ma per molti restano poco attendibili.

 

🔹 2. Il testimone oculare

La condanna si basa anche sulla testimonianza del vicino Mario Frigerio, sopravvissuto alla strage. Critici del processo sostengono che:

  • inizialmente non riconobbe Olindo,

  • aveva subito un grave trauma,

  • la sua memoria potrebbe essere stata influenzata.

La Cassazione, però, ritiene la sua deposizione credibile e autonoma

🔹 3. La traccia di sangue nell’auto

Una piccola traccia di sangue della vittima Valeria Cherubini fu trovata nell’auto di Olindo. Per i giudici è una prova forte. Per i critici, invece, è troppo piccola, mai fotografata sul posto, e potrebbe essere frutto di contaminazione.

 

🔹 4. L’assenza di un movente convincente

Non è mai stato chiarito un movente solido. Si è parlato di liti condominiali, ma molti ritengono che non giustifichino una strage di tale violenza.

🔹 5. La dinamica dell’incendio e delle ferite

Alcuni esperti hanno sollevato dubbi su:

  • modalità dell’incendio,

  • compatibilità delle ferite,

  • tempi di esecuzione dell’azione.

Secondo loro, la ricostruzione ufficiale sarebbe difficile da compiere in così poco tempo.

🔹 6. Le investigazioni difensive ignorate

La Cassazione ha ritenuto che le nuove prove portate dalla difesa non scalfiscano quelle già acquisite. Ma i sostenitori della revisione sostengono che:

  • nuove testimonianze,

  • nuove perizie,

  • e nuovi possibili scenari

non siano stati valutati con sufficiente apertura.

 

Il caso Rosa e Olindo resta uno dei più discussi d’Italia perché unisce:

  • prove ritenute solide dai giudici,

  • confessioni ritrattate,

  • testimonianze controverse,

  • tracce fisiche discusse,

  • assenza di un movente forte,

  • e una lunga battaglia per la revisione.

La Cassazione nel 2025 ha ribadito che non ci sarà un nuovo processo e che le prove contro i due restano “notevoli e autonome

 

 

Il caso Luca Varani, che coinvolse Manuel Foffo e Marco Prato, portò a una condanna basata su confessioni e dinamiche processuali rapide, ma con zone d'ombra mai completamente illuminate.

Il caso Palamara è uno dei più gravi scandali che hanno coinvolto la magistratura italiana negli ultimi decenni. Al centro c’è Luca Palamara, ex magistrato, ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati ed ex membro del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM).

Nel 2019, dalle intercettazioni dell’inchiesta di Perugia, emerse un sistema di scambi di favori, pressioni e accordi occulti per influenzare le nomine dei vertici degli uffici giudiziari. I media lo definirono un vero e proprio “mercato delle vacche” o “verminaio”, come ricordato anche da successive ricostruzioni giornalistiche.

Le conseguenze furono enormi:

  • Palamara venne radiato dalla magistratura nel 2020, primo caso nella storia dell’ANM.

  • Il CSM fu scosso da dimissioni, autosospensioni e polemiche.

  • Il caso aprì un dibattito nazionale sulla politicizzazione delle correnti della magistratura e sulla necessità di riforme.

Ancora nel 2025, il caso è oggetto di discussione pubblica e politica, con accuse di insabbiamenti e nuove verifiche da parte della Cassazione su dichiarazioni collegate alla vicenda.

Giuseppe Pagliara, medico condannato per la morte di un paziente, ha visto la sua condanna ribaltata solo dopo anni di battaglie legali, quando perizie indipendenti hanno smentito le prime valutazioni.

Il caso Alberica Filo della Torre (Delitto dell’Olgiata)

Il 10 luglio 1991, nella villa dell’Olgiata (Roma), la contessa Alberica Filo della Torre, 42 anni, viene trovata strangolata nella sua camera da letto. Nonostante la presenza di personale domestico, operai e familiari nella villa, il caso rimane irrisolto per vent’anni.

Solo nel 2011, grazie alla riapertura del fascicolo e all’analisi del DNA, viene identificato l’assassino: Manuel Winston Reyes, ex domestico filippino della famiglia, che confessa e viene condannato

Le ricerche mostrano che il caso rimase insoluto così a lungo a causa di una lunga serie di errori, omissioni e negligenze, riconosciuti anche in sede giudiziaria.

🔹 1. Scarsa accuratezza delle indagini iniziali

Il caso rimase irrisolto per vent’anni “soprattutto a causa della scarsa accuratezza delle indagini”. Molti elementi utili non furono raccolti o analizzati correttamente.

🔹 2. Errori e negligenze dei consulenti medico-legali

La Cassazione ha stabilito che i consulenti della Procura dell’epoca agirono con negligenza grave, tanto da ritardare per anni l’accertamento della verità. Secondo la Suprema Corte, il loro lavoro fu talmente carente da giustificare un nuovo processo nei loro confronti.

🔹 3. Piste sbagliate e prove ignorate

Le ricostruzioni giornalistiche parlano di un caso che “si sarebbe potuto risolvere in pochi mesi se non ci fossero stati errori investigativi, prove ignorate e piste sbagliate”. Le indagini si concentrarono su ipotesi infondate, trascurando elementi che avrebbero potuto indirizzare subito verso il vero colpevole.

🔹 4. Scena del crimine non gestita correttamente

La villa era piena di persone per i preparativi di una festa. La gestione del luogo del delitto fu caotica, con rischio di contaminazione e perdita di tracce utili (come spesso accade nei casi di malagiustizia, secondo ricostruzioni successive).

🔹 5. Mancata valorizzazione del DNA

Un frammento di lenzuolo con tracce biologiche dell’assassino era stato conservato, ma non analizzato adeguatamente negli anni ’90. Solo nel 2011, con nuove tecniche, il DNA portò all’identificazione di Reyes

Il delitto dell’Olgiata è diventato un caso emblematico di malagiustizia perché un insieme di:

  • indagini superficiali,

  • errori medico-legali,

  • piste sbagliate,

  • prove ignorate,

  • e mancato uso tempestivo delle tecniche scientifiche,

ha ritardato di vent’anni la scoperta del colpevole.

Il delitto del Circeo: storia, errori e ombre

Il delitto del Circeo è uno dei crimini più brutali e simbolici della storia italiana. Tra il 29 e il 30 settembre 1975, due ragazze romane, Rosaria Lopez e Donatella Colasanti, furono attirate con l’inganno in una villa a San Felice Circeo da tre giovani della borghesia romana: Angelo Izzo, Gianni Guido e Andrea Ghira. Per oltre 30 ore le due ragazze furono seviziate, stuprate, torturate. Rosaria morì; Donatella sopravvisse fingendosi morta e fu ritrovata nel bagagliaio di un’auto, ancora viva, grazie alle sue urla.

Il caso scosse l’Italia, rivelando la violenza di un gruppo legato agli ambienti neofascisti romani, con precedenti per rapina e stupro.

Errori e omissioni nelle indagini

Nonostante la gravità del crimine, il caso fu segnato da errori, leggerezze e protezioni che permisero ai colpevoli di sfuggire alla giustizia per anni.

🔹 1. La fuga di Andrea Ghira

Ghira, uno dei tre aguzzini, non venne mai arrestato. Fuggì subito dopo il delitto e rimase latitante fino alla morte, avvenuta all’estero. Le ricostruzioni successive mostrano che godette di aiuti e coperture, e che la sua cattura non fu perseguita con la necessaria determinazione.

🔹 2. Le protezioni politiche e ambientali

I tre provenivano da famiglie benestanti e vicine agli ambienti dell’estrema destra romana. Secondo diverse ricostruzioni, questo contesto contribuì a creare zone d’ombra e reticenze nelle prime fasi delle indagini, rallentando l’accertamento dei fatti.

🔹 3. La gestione della scena del crimine

La villa fu ispezionata, ma non con la cura che un caso di tale gravità avrebbe richiesto. Alcuni elementi non furono repertati correttamente, e la ricostruzione delle ore di violenza si basò quasi esclusivamente sulla testimonianza della sopravvissuta.

🔹 4. Le fughe successive dei condannati

Non solo Ghira: anche Gianni Guido riuscì a fuggire più volte all’estero dopo la condanna, approfittando di permessi e misure poco rigorose. Questo alimentò la percezione di un sistema indulgente verso gli aggressori.

🔹 5. Il caso Izzo e la recidiva

Angelo Izzo, condannato all’ergastolo, ottenne negli anni permessi premio e misure alternative. Nel 2005, durante uno di questi periodi di libertà, uccise di nuovo, confermando la pericolosità già evidente nel 1975 e sollevando interrogativi sulla gestione carceraria e giudiziaria del suo caso.

Le ombre che restano

Il delitto del Circeo non è solo un caso di violenza estrema, ma anche un simbolo di:

• violenza politica e misoginia

Gli aggressori appartenevano a un ambiente neofascista in cui la violenza era normalizzata e le donne considerate bersagli.

• privilegi sociali

La provenienza dei colpevoli da famiglie influenti alimentò sospetti di protezioni e trattamenti di favore.

• giustizia incompleta

Ghira non fu mai processato. Guido fuggì più volte. Izzo tornò a uccidere. Molti osservatori ritengono che lo Stato non abbia garantito pienamente giustizia alle vittime.

• un trauma collettivo

Il caso segnò profondamente l’Italia, diventando un punto di svolta nella percezione della violenza di genere e della violenza politica.

Il delitto del Circeo è una ferita ancora aperta perché unisce:

  • una violenza disumana,

  • errori investigativi,

  • fughe e protezioni,

  • responsabilità istituzionali,

  • e una giustizia che, per molti aspetti, non è mai stata pienamente compiuta.

Il cosiddetto caso Bibbiano esplode nel 2019 con l’inchiesta “Angeli e Demoni”, che ipotizzava un sistema illecito di affidi nella Val d’Enza (Reggio Emilia). L’opinione pubblica parlò subito di “orrori”, “bambini rubati”, “lavaggi del cervello”, “elettroshock”, generando uno dei più grandi scandali mediatici degli ultimi anni.

Nel dibattito pubblico del 2019 si parlò di:

  • bambini allontanati ingiustamente,

  • psicologi che manipolavano i minori,

  • disegni “ritoccati”,

  • tecniche psicologiche aggressive,

  • un presunto sistema organizzato per favorire affidi a famiglie “amiche”.

Queste accuse alimentarono un’ondata di indignazione nazionale.

Il caso Willy Monteiro Duarte: il giovane ucciso a Colleferro nel 2020 ha visto una risposta giudiziaria rapida, molto controversa per le attenuanti applicate a uno dei fratelli, e ha riacceso il dibattito sulla violenza giovanile e sulle responsabilità sociali oltre che penali.

Il caso ha avuto un percorso giudiziario articolato, con:

  • ergastolo in primo grado,

  • riduzione delle pene in appello,

  • annullamento parziale della Cassazione,

  • nuovo appello e nuove condanne.

Questa sequenza ha generato confusione e spesso è stata raccontata in modo frammentario, creando l’impressione di incertezza o incoerenza, pur in presenza di responsabilità penale confermata.

Il mistero di Emanuela Orlandi, scomparsa nel 1983, resta irrisolto. Decenni di depistaggi, silenzi istituzionali e verità nascoste hanno trasformato una tragedia familiare in un caso di Stato, dove la giustizia non ha ancora dato risposte.

 

Gli errori e le criticità attribuite a Gratteri sulle ingiuste detenzioni

Le fonti mostrano un quadro ricorrente: un numero molto elevato di ingiuste detenzioni nei distretti in cui Gratteri ha operato, nonostante le sue dichiarazioni pubbliche che negano il problema.

 

🔹 1. Negazione pubblica delle ingiuste detenzioni

Gratteri ha dichiarato che nei distretti in cui ha lavorato le ingiuste detenzioni sarebbero “sotto la media nazionale” e che a Catanzaro “non ce ne sono state” tra il 2016 e il 2024. Le fonti mostrano che queste affermazioni non coincidono con i dati ufficiali.

🔹 2. I numeri ufficiali smentiscono le sue dichiarazioni

Secondo i dati del Ministero della Giustizia, nel distretto di Catanzaro sono stati liquidati 28.953.245 euro per 573 persone ingiustamente detenute tra il 2018 e il 2024. Questi numeri contraddicono direttamente le sue affermazioni.

 

🔹 3. Maxi-inchieste con altissimi tassi di assoluzione

Alcune operazioni coordinate da Gratteri hanno prodotto percentuali di assoluzioni molto elevate, con conseguenti richieste di risarcimento per ingiusta detenzione.

Esempio citato dalle fonti:

  • Nell’inchiesta “Stige”, su 169 imputati, 100 sono stati assolti. Secondo Il Foglio, questo solo caso rischia di costare allo Stato circa 5 milioni di euro in risarcimenti.

🔹 4. Il “metodo Gratteri” e la spettacolarizzazione

Alcune analisi parlano di un “metodo Gratteri” basato su maxi-operazioni molto mediatiche, spesso accompagnate da arresti spettacolari, che però non sempre reggono nei processi. Secondo queste fonti, la ricerca del consenso mediatico avrebbe contribuito a provvedimenti cautelari eccessivi poi smentiti in aula.

 

🔹 5. Il costo complessivo per lo Stato

Secondo alcune ricostruzioni, tra il 2018 e il 2024 le ingiuste detenzioni in Calabria avrebbero generato 78 milioni di euro di risarcimenti complessivi. Le fonti collegano questo dato anche alle maxi-inchieste coordinate da Gratteri.

🔹 6. Le critiche sulla gestione delle indagini

Alcuni commentatori sottolineano che diverse inchieste di Gratteri sono state definite “flop” o “smontate” nei processi, con assoluzioni totali o parziali e conseguenti richieste di risarcimento per ingiusta detenzione.

Le accuse a Gratteri in tema di ingiuste detenzioni sono:

  • dichiarazioni pubbliche smentite dai dati ufficiali,

  • centinaia di casi di ingiusta detenzione nei distretti da lui guidati,

  • maxi-inchieste con percentuali altissime di assoluzioni,

  • un metodo investigativo percepito come spettacolare ma poco solido,

  • decine di milioni di euro di risarcimenti a carico dello Stato.

Altre vittime, altri nomi: imprenditori, professionisti, aziende distrutte dalla malagiustizia. Paolo Bolici, Fabrizio Pizzenti, Antonio Fierro... e l'elenco è talmente lungo da renderlo infinito.

Quante ingiuste detenzioni ci sono ogni anno

Secondo i dati ufficiali riportati dalle fonti:

  • Ogni anno centinaia di persone ottengono un indennizzo per ingiusta detenzione.

  • Nel 2024, lo Stato ha liquidato quasi 27 milioni di euro per risarcire persone incarcerate ingiustamente.

  • Nel 2025, fino a ottobre, erano già stati riconosciuti 535 indennizzi per un totale di 23,8 milioni di euro

Quanto paga lo Stato

Le cifre sono molto elevate:

  • In media, lo Stato paga decine di milioni di euro all’anno in risarcimenti.

  • Nel biennio 2024–2025, la spesa complessiva ha superato 50 milioni di euro.

  • Il risarcimento massimo previsto dalla legge può arrivare a 516.456,89 euro, con un tetto di 1.286 euro al giorno di detenzione ingiusta

Dove si registrano più casi

Alcune Corti d’Appello mostrano numeri particolarmente alti:

  • Reggio Calabria: 77 indennizzi nel 2025 (5,48 milioni di euro)

  • Catanzaro: 126 indennizzi nel 2025 (4,31 milioni di euro)

  • Seguono Palermo e Roma, con importi superiori ai 2,5 milioni ciascuna

Perché accadono

Le cause più frequenti, secondo le analisi delle Camere Penali:

  • uso eccessivo della custodia cautelare,

  • indagini preliminari fragili,

  • errori di valutazione del pericolo di fuga o inquinamento prove,

  • processi lunghi che portano a proscioglimenti tardivi

 

La situazione italiana può essere riassunta così:

  • Centinaia di persone ogni anno finiscono in carcere da innocenti.

  • Lo Stato spende decine di milioni di euro per risarcirle.

  • Alcuni distretti giudiziari registrano numeri molto alti.

  • Le cause principali sono errori investigativi, uso improprio della custodia cautelare e processi troppo lunghi.

  • I risarcimenti arrivano spesso in ritardo, aggravando il danno subito.

 

L’Italia è uno dei Paesi europei con il più alto numero di ingiuste detenzioni e con la spesa più elevata in risarcimenti.

I numeri italiani sono enormi

Secondo i dati riportati dalle fonti:

  • In 30 anni, lo Stato italiano ha speso quasi 1 miliardo di euro in risarcimenti per ingiusta detenzione.

  • Negli ultimi anni, la spesa annuale oscilla tra 25 e 30 milioni di euro.

  • L’associazione Errorigiudiziari.com conferma che centinaia di persone ogni anno vengono risarcite dopo essere state arrestate da innocenti.

Questi numeri sono tra i più alti d’Europa.

Perché l’Italia paga così tanto rispetto ad altri Paesi

Le fonti mostrano alcune differenze strutturali:

• Uso molto esteso della custodia cautelare

In Italia si ricorre alla custodia cautelare molto più che in altri Paesi europei, aumentando il rischio di errori.

• Processi molto lunghi

La durata dei processi italiani è tra le più alte d’Europa. Più un processo è lungo, più è probabile che un arresto iniziale si riveli infondato.

Confronto con altri Paesi europei

  • Nessun Paese europeo ha speso quanto l’Italia negli ultimi 30 anni (quasi 1 miliardo di euro).

  • In Germania si discute di riforme perché i casi sono molto meno frequenti e i risarcimenti molto più bassi rispetto all’Italia.

  • L’Italia è considerata un caso “anomalo” per la quantità di errori giudiziari e per la spesa pubblica associata.

I motivi principali sono:

  • uso eccessivo della custodia cautelare,

  • processi troppo lunghi,numero molto alto di errori giudiziari.

Le radici del male: un sistema da riformare

Cosa accomuna questi casi così diversi? La commistione tra ruolo requirente e giudicante, l'assenza di vere conseguenze per gli errori, le dinamiche di potere interne alla magistratura.

La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri rappresenta un primo, fondamentale passo. Oggi chi accusa e chi giudica provengono dallo stesso corpo, condividono carriere, concorsi, correnti. Questa promiscuità crea automatismi e solidarietà corporative che mal si conciliano con l'imparzialità. Un PM che domani potrebbe diventare giudice, un giudice che ieri era PM: la terzietà resta sulla carta. Separare queste funzioni significa garantire che chi giudica non condivida interessi di carriera con chi accusa.

 

La responsabilità civile dei magistrati  non è vendetta, ma civiltà giuridica. In quasi tutte le democrazie occidentali i giudici rispondono dei loro errori gravi. In Italia la Costituzione la prevede, ma la legge la rende quasi impossibile da applicare. Chi sbaglia per dolo o colpa grave deve risponderne, come qualsiasi professionista. Non si tratta di intimidire la magistratura, ma di responsabilizzarla.

Le correnti sono il cancro nascosto del sistema giudiziario italiano. Nate teoricamente per rappresentare sensibilità culturali diverse, sono diventate macchine di potere che controllano nomine, incarichi, carriere. Il caso Palamara ha squarciato il velo: procure assegnate in hotel, inchieste condizionate da equilibri politici interni, magistrati promossi o bocciati non per merito ma per appartenenza. Finché esisteranno queste logiche, la giustizia sarà ostaggio di dinamiche che con il diritto non hanno nulla a che fare.

Una questione personale

 

Prima di votare no o di non votare al referendum sulla separazione delle carriere, riflettete. Pensate che uno di questi casi potrebbe riguardare anche voi. Che potreste essere voi, un giorno, davanti a un giudice che condivide la carriera con chi vi accusa. Che potreste essere voi a pagare per errori senza conseguenze. Che potreste essere voi, innocenti, a pronunciare le parole di Tortora: "Io sono innocente, io spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi!"

 

Vota SÌ al referendum sulla separazione delle carriere in magistratura!

 

IO VOTO SÌ!!!

Aggiungi commento

Commenti

Lucia Cernigliaro
un mese fa

Un pezzo fantastico.. accurato e dettagliato..
Complimenti...